Prospektiva

Rivista letteraria

Rivista letteraria fondata a Siena nel 1999

 

La biscia ungherese ovvero perchè un giovane decide di scrivere un romanzo. Sottotitolo: il libro, ieri oggi e domani.

di Andrea Giannasi

Non che voglia scrivere un articolo sui libri, ma osservando un tizio sul treno, pochi giorni fa mi son domandato perchè stesse leggendo proprio un libro. Con tutte le cose da fare su un treno proprio un libro doveva andare a leggere, quel tizio. Eppure era lì bello seduto con il suo libro aperto in mano e leggeva, quel tizio. E pareva anche non fare la finta, come tanti fanno chi per studio, chi per moda, e muoveva le labbra, lentamente, come uno che invece quel libro sul treno lo stava proprio leggendo veramente.
Ecco, alla fine, ho scritto questo articolo.

Dietro ad ogni libro si cerca divertimento, svago, fuga dalla realtà con i suoi problemi. In realtà questo passaggio che chiameremo di “affido” della nostra coscienza, non deve sostituire anche un altro elemento che va oltre la rilegatura dell’oggetto libro che diventa soggetto.
Ovvero dietro i titoli dei libri, dietro le parole, dietro il semplice nome dell’autore – come faceva Sciascia – si dovrebbero cogliere una realtà di cose e di fatti: un reticolo di memorie e relazioni da costruire, invertire, sostituire per renderle vive dentro ognuno di noi.
Insomma è come provare lo stupore negli occhi e nell’anima accendendo una lampadina.
Dicevo, la storia. Ebbene ogni libro al suo interno, tra le pieghe non ha solo la storia narrata dall’autore, ma vive di mille altri vicende che sono quelle di ogni lettore. E così, per una strana magia che solo i libri posseggono, quando si legge un libro a distanza di anni lo si incontra differente, perché è il lettore e il suo bagaglio che sono mutati. E’ cambiata la chiave di lettura.
Ma sul libro viviamo equivoci e torsioni prossime, forse, allo sfascio.
Fino al 1450 la trasmissione del pensiero tramite la scrittura era ad uso privato e destinato a pochi privilegiati. Scolasticamente sappiamo – e di questo concetto ne siamo profondamente convinti e pervasi – che fu la macchina da stampa a “liberare” i libri e renderli fruibili a tutti.
In realtà questo passaggio meccanico, seppur necessario e vitale, non può far dimenticare che a rendere accessibile il prodotto libro alla società fu una nuova funzionalità attribuita al libro dai lettori e dagli scrittori, così come l’intervento del prezzo del libro giocò un ruolo fondamentale.
Nel 1500 si stampano più libri non perché sia stata inventata una macchina in grado di farlo più velocemente – sostituendo gli amanuensi – bensì perché si crea un mercato che ha bisogno dei libri. Si moltiplicano quindi gli scrittori e i lettori e si sviluppa tutta la fauna editoriale con editori e librai ai vertici di una pertica verticale (e verticistica).
Questo sistema è quello che ancora oggi viviamo.
Cinquecento anni di relazioni e ruoli che oggi potrebbero trovare uno stop per due fattori. Da una parte lo smarrimento dello scrittore di fronte agli ingranaggi economici; e dall’altra i cambiamenti imposti dalla rete.
Iniziamo proprio da questa.

Con  la transizione dal Web1 (sostanzialmente un contenitore di informazioni) al Web2 è stata varata una inedita visione della ricerca di informazioni del pensiero. Giornali, radio, televisioni, ma soprattutto i libri, di fronte al Web2 si stanno domandando come trovare difese ad una invasione di news a costo zero. Non c’è più carta, palinsesto, movimento. E’ sufficiente un click per scovare e ricevere sul proprio computer i nutrimenti del sapere.
Attenzione, però, non mi riferisco solo all’innovazione degli eBook, ma ad un mutamento del comportamento e di atteggiamento che il lettore ha da 500 anni nei confronti, dell’oggetto libro.
Se la rete, nella sua idea rivoluzionaria legata alla gratuità, da una parte velocizza il pensiero del ricercatore, dall’altra lo appiattisce, lo rende elementare, proprio perché è rivoluzione del consumo di massa. In altre parole lentamente il libro con i suoi lemmi o si adegua o è destinato a scomparire nella forma attuale o tornare ad essere oggetto/soggetto destinato a pochi.
Inoltre il web e la sua idea orizzontale di servizio è destinato anche a disarticolare la meccanica verticale dell’editoria tradizionale. Nella rete non c’è – e questa è una realtà del Web2 – più filtro, intermediazione e se questa sembra rivoluzione popolare, in verità altro non è che uno scardinamento, una forzatura delle regole di cui una società ha bisogno.
E alla fine la trasmissione del pensiero si interrompe e diventa slavina, fiume in piena.
Pare un controsenso ma si tratta del decadimento del “pensare differente”.

E sul “pensare differente” arriviamo ad affrontare lo smarrimento dello scrittore. Tim Parks si domandava, perché un giovane decide di scrivere un romanzo. Ebbene oltre la finalità edonistica troviamo il desiderio di successo economico. Basta.
La cosa importante per lo scrittore ambizioso è quella di trovare il libro ovunque. Per far questo però si deve scegliere un editore che abbia un potenziale commerciale idoneo a questo scopo. Una macchina da guerra, che in quanto tale, però macina movimento e consumo. E ha bisogno di libri facili, veloci, immediati. Libri che non alzino muri linguistici, stilistici, che non entrino in narrazioni difficili a piani, che non utilizzino sotterfugi o altri ferri del mestiere.
La logica della selezione di un libro da pubblicare non segue più da tempo il "merito letterario". Il marketing è vita e non si possono sbagliare i libri.
Gli editori hanno l'esigenza di fare economia e immediatezza delle traduzioni, pertanto gli scrittori sono invitati a uniformare la lingua. A renderla facile sia per i traduttori, sia per i lettori.
Insomma una corsa al ribasso, una orizzontalizzazione della letteratura. Un aggancio mancato tra la linea verticale dell'arte e quella orizzontale dell'esperienza.
Di conseguenza tutto quello che è innovativo diventa sempre più locale, provinciale - oso dire -, che non riesce più a forzare i lucchetti della distribuzione che è concentrata in poche mani, che privilegia il vendibile e non il difficilmente vendibile.
Ebbene la risposta per un giovane, alla domanda del perchè costui decida di scrivere un libro, quale può essere oggi? Seguire la via dell'appiattimento dello stile e della omologazione narrativa, forse più redditizia, oppure quella della emarginazione e della faticosa ricerca dei proprio lettore?
E qui torna in gioco il pensare differente che si coagula con la trasmissione del pensiero.

Compiamo un passo indietro.
Da tempo di parla di generi letterari, del contenitore, ma non del contenuto. Ci si affanna a lanciare il poliziesco, il giallo della provincia italiana, il noir e ora, dalla scandinavia, il noir-horror, che ben presto diventerà sempre più nero - forse anche gotico - e sempre più splatter.
Pochi si fermano allo stile, alle forme, ai giri, alla musicalità, ai ritmi. Orpelli che per l'editore e lo scrittore senza merito, rappresentano paletti che limitano la vendibilità.
E dunque affrontare le tematiche del postmoderno. Non genere ma stile. Figlio di quel modernismo che cancellò la struttura del romanzo ottocentesco, giungendo alla pagina bianca, il postmodernismo "distrugge" la narrazione con trabocchetti, ironia, e la tanto amata strategia metanarrativa.
Ovvero la voglia del dialogismo intertestuale (l'uso del dialogo per vivacizzare la lettura e la ricerca della riscrittura al limite del "plagio"), ma soprattutto far uso e abuso del citazionismo, ripetere, ripetere, ripetere.
Non è più la narrazione, ma la storia della narrazione ad essere principe e cardine. E il lettore si trova su un doppio binario, un piano bivalente di lettura e comprensione del testo, dove tutto può essere costruito e scardinato in ogni momento proprio per la presenza di una doppia struttura narrativa.
Dove ad un tratto l'autore del romanzo appare, o sembra apparire, come figura superflua, inutile.
Punto.

Come vedete siamo giunto alla medesima conclusione. Da una parte incontriamo lo scrittore inutile, appiattito sulle logiche di mercato, dall'altra l'idea dell'inutilità (idea) nello stile del postmodernismo. In mezzo - come abbiamo intravisto - l'oggetto/soggetto libro posto di fronte alla rivoluzione del Web2 e il supermercato del vendibile. La barra a diritta dettata dal marketing degli editori, lo smarrimento dei traduttori e i generi modaioli.
Ebbene in tutto questo rimane quel tizio sul treno che leggeva il suo libro. E che alla fine ha fatto un sorriso, pure, senza staccare gli occhi dalla carta. Avrei voluto fermarlo e chiedergli il perchè, ma ho temuto che fosse cieco o sordo. O entrambe le cose, tanto rideva di gusto leggendo un libro. E muoveva pure le labbra, quel tizio. Le muoveva sul treno, leggendo un libro.

Andrea Giannasi
 
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La nausea
di Andrea Giannasi

Senza tanti giri di parole. Provo una profonda nausea per quelli che ti battono una mano sulle spalle e ti chiamano amico. Ed è la prima volta che li vedi.
Per quelli che ti sorridono e ti telefonano, così, tanto per salutarti.
Quelli che chiedono, chiedono, chiedono e poi quando sei tu a chiedere un piccolo favore non hanno tempo.
Quelli che, sotto sotto, i conti devono sempre tornare. Per loro.
Quelli che via email ti scrivono le peggio cose e poi quando ti incontrano ti dicono “per posta elettronica si possono travisare i discorsi”.
Quelli che ce l’hanno con il mondo perchè non li capisce nessuno.
Quelli che scrivono solo per loro stessi.
Quelli che scrivono perchè vogliono far partecipi gli altri delle loro storie, che sono sempre tristi.
Quelli che quando la fidanzata li lascia si mettono a scrivere poesie d’amore.
Quelli che non conoscono il lavoro degli altri ma sanno fare tutti i mestieri. A parole. Quelli che in silenzio si fanno i cazzi loro.
Quelli che parlando si fanno i cazzi loro.
Quelli che dopo pagina tre di un libro lo chiudono, perchè loro avrebbero saputo fare di meglio.
Quelli che fanno come i moschettieri e alla buona ti infilzano alla prima occasione.
Quelli che non ti capiscono.
Quelli che ti capiscono; ma a modo loro.
Quelli che “la colpa è sempre degli altri”.
Quelli che ti guardano rimboccarti le maniche, mentre loro si chiudono anche l’ultimo bottone della camicia.
Quelli che il giorno dopo aver avuto il tuo regalo sono già a battere le mani sulle spalle di un altro.
Quelli che “ho scritto un libro meraviglioso” e quando gli chiedi il titolo dell’ultimo libro letto, ti rispondono: “non lo ricordo perchè ne leggo talmente tanti”.
Quelli che sul comodino hanno un dito di polvere.
Quelli che prendono le fisse per un autore e te ne parlano per settimane. Poi cambiano.
Quelli che sul treno o in metropolitana fanno finta di leggere un libro perchè fa cultura.
Quelli che vogliono il libro a filo refe e poi comprano solo edizioni economiche in brossura.
Quelli che vogliono le ali a libri zoppi.
Quelli che il colore va bene, ma solo leggermente più sfumato.
Quelli che non hanno letto Celine.

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E non sarebbe mica male vivere con la Vertigine
di Andrea Giannasi

A volte penso che non sarebbe mica male vivere con una vertigine continua, presente nei momenti più lucidi della giornata per poi farti cadere, sbandare e accasciare. Non sarebbe male vivere stordito di vertigine, inebriato, ubriaco di vuoti, di salti, di scatti di mani che si tendono all’appiglio e alla via così. Una vertigine però amica benigna che se proprio ti deve far cadere ti accascia su un prato verde, su un materasso blu, e non ti fa cadere dalla scala, dalla barca nel mare che se poi cadi rischi di finire sempre più giù nel nero più profondo, dove poi non capisci più se hai la vertigine. E non è bello perdere una cosa che ti ha accompagnato per tanti anni e improvvisamente cadi dalla barca e finisci nel nero più profondo del mare e lì ci perdi la vertigine. Sai poi che lavoro di batiscafi e sommozzatori con gli scafandri sarebbe, dover andare a ripescarla, la vertigine. E poi come la riconosci se è la tua. Mica sono tutte uguali le vertigini. Ci sono di quelle piccole tascabili e di quelle grandi da macchina e quando vai in villeggiatura la leghi sul tetto con la bicicletta. Le vertigini possono essere blu, rosse, ma anche a più colori o come la maglia di quelli che salgono per primi sulle montagne in bicicletta in Francia. Quelle con le palle rosse. Quando perdi la vertigine l’unica cosa che puoi fare è andare dai vigili urbani e chiedergli se l’hanno rimossa loro perché magari l’avevi parcheggiata davanti ad un passo carrabile. E questa è la vertigine mobile. Quella che si sposta anche da sola con il vento, ma la devi tenere al guinzaglio soprattutto al mare d’inverno perché se vola via finisce che si ammacca cadendo sul mare di conchiglie rotte. Ecco non sarebbe male alla sera levarsi dalla bocca la vertigine e inzupparla nel bicchiere con la pasticca effervescente fino al mattino, così almeno lei d’estate non suda e anche se è in città è come se fosse al mare. Forse per questo la vertigine è anche allegramente leggera, condita con un pizzico di sale un filo d’olio e un non so ché di aceto balsamico nero, come il mare che se ci cadi dentro rischi che non la trovi più, la vertigine. La vertigine la puoi anche nascondere e non c’è posto migliore che tra i libri, le coste, ma meglio le pagine. Lì ce la ficchi e lei poi, forse, ci dorme anche perché con tutto quel movimento pure la vertigine un momento di riposo deve pur averlo. Mica è roba da scherzare fare la vertigine tutto il giorno senza sosta. Ecco, a volte penso che non sarebbe mica male vivere con una vertigine continua. Non sarebbe mica male.

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Accidenti a Andy Warhol
di Andrea Giannasi

Accidenti a Andy Warhol e l'equivoco maledetto del quarto d'ora di celebrità. Una grossa stupidaggine che sta facendo danni enormi al mondo dell'arte. E lo si vede dalla musica, al cinema, dalla pittura alla scrittura. Non è vero che il fine dell'artista è raggiungere la celebrità. Quella è una postilla che spesso non viene (e che nel passato per i grandi artisti è venuta sovente postuma). Il compito dell'artista è creare nel presente osservando il passato soggetti artistici (quadri, canzoni, libri) innovativi che aiutano l'uomo a crescere. Oggi invece si scrive per diventare famosi e non per lasciare una eredità forte e compiuta a chi ci seguirà. Si scrivono fiumi di libri inutili gridando poi ai quattro venti - con illecita rabbia - di voler pretendere, perché diritto sancito da Warhol, il proprio quarto d'ora di celebrità.
Allora non cercate la celebrità, ma lo studio, l'innovazione, il passo avanti, la sperimentazione. E poi LEGGETE LEGGETE LEGGETE. Per questo abbiamo rinnovato la rivista Prospektiva. Per creare un contenitori di confronto tra le vostre forme di scrittura. Per crescere tutti insieme senza il vaneggiamento alla Grande Fratello o alla XFactor.
Non lasciatevi stregare dal nulla.

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Una nuova Prospektiva
di Andrea Giannasi

Che autunno signori miei. Da una parte i successi del Festival del libro di Civitavecchia con Paolo Nori, Giampaolo Simi, Arnaldo Colasanti, Cosimo Cinieri e molti altri – del quale ci parlerà in maniera divertita Fabrizio Gabrielli – dall’altra la grave crisi che è andata a cadere in un settore, quello dei libri, già gravemente minato. E così dopo molti anni (dal 1999) anche Prospektiva si trova nei guai perché lo sponsor che fino ad ora aveva sostenuto le nostre attività e pubblicazione (il Monte dei Paschi di Siena), non ha rinnovato gli accordi. Lo ringraziamo comunque per averci permesso la libertà dei movimenti, ma al contempo dobbiamo misurarci con il mercato. Con gli abbonati tanto per intenderci. Con quelli che mandano “roba” da pubblicare e che non fanno mai l’abbonamento. Con quelli che scrivono ma non leggono mai. Con quelli che chiedono visibilità ma poi guardano sempre e solo la pubblicità che passa in televisione. E questo non è uno sfogo o una accusa, bensì una presa di visione d’insieme del sistema. Una sorta di fotografia. Brutta ma pur sempre il sistema nel quale viviamo. Ma torniamo al nostro problema. Gli abbonati. Per cercare di recuperare un buon numero di questi abbiamo deciso di aumentare le sezioni letterarie sul sito. Interviste; racconti; saggi. Lo scopo è quello di avvicinare i lettori al web e poi veicolarli alla rivista cartacea. Non sarà facile, ma il nostro dovere è provarci. In questi anni abbiamo assistito da spettatori privilegiati alla nascita e la moria costante di numerose riviste letterarie, ora, ci auguriamo - speriamo - non sia giunto il nostro momento.
Forza per una nuova Prospektiva.

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Ma cosa dobbiamo fare?
A proposito di pubblicità.
di Andrea Giannasi

Dal 1999 Prospektiva lavora pubblicando racconti e poesie di molti, moltissimi autori. Non viene richiesto, come accade altrove, di fare abbonamenti e teniamo la porta aperta a tutti (proprio tutti). Ebbene gli abbonamenti latitano, le vendite scarseggiano, mentre racconti e poesie abbondano. E quando rifiutiamo qualcosa sovente riceviamo insulti e lettere di minaccia dove veniamo accusati di "non aiutare gli autori esordienti". Ma la nostra è semplice lettura e selezione sulla qualità.
Ma non solo. Per uno strano caso e una malformazione del sistema Prospektiva deve promuovere e pubblicare tutto e farlo gratuitamente. Deve pubblicare tutti e tacere.
E anche la Promozione che abbiamo lanciato dovrebbe essere gratuita. A questo proposito abbiamo ricevuto alcune lettere di critica e ci chiediamo come mai tutti gli altri organi di informazione, dai più grandi ai più piccoli, chiedono soldi ( e pubblicazione solo agli abbonati) e vendono spazi pubblicitari, mentre noi questa via è preclusa.
Quindi rientra in una logica di mercato vendere una pubblicità di un libro su un mensile o un quotidiano, mentre per Prospektiva questo è criticato. E allora vi chiediamo cosa dobbiamo fare?

Ma il problema non è solo questo. Noi facciamo pubblicità come gli altri e la facciamo pagare come gli altri. Il problema vero sta nel fatto che Prospektiva pubblica gli esordienti e gli emergenti e concede spazio a tutti, mentre gli altri a prescindere promuovono solo i soliti autori e le solite case editrici.
E allora se proprio volete criticare fate l'abbonamento, comprate una rivista e leggete i racconti e le poesie degli autori esordienti e criticate quelli. Prospektiva pubblica liberamente gli esordienti e se la fate chiudere alla fine rimarrete solo con voi stessi, le rivistine di quartiere e quelle che vi fanno pagare.

Ma è sempre facile lanciare sassi contro le piccole barche di carta.

 

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Il cono d'ombra si allarga
Diventa primario l'impegno per il libro
di Andrea Giannasi


Da tempo sono impegnato personalmente affinchè anche il nostro paese si doti come gli altri stati europei di una legge sul libro. Una legge che preveda sgravi fiscali e aiuti alle librerie indipendenti; che determini il prezzo fisso dei libri; che favorisca lo sviluppo della lettura nelle scuole e attraverso il mondo dell'informazione.
Questo perchè i dati sullo stato della lettura in Italia dello studio Mondadori pubblicati lo scorso mese, sono drammatici e inequivocabili. In Italia oltre il 60% dei cittadini non legge. Il resto dichiara di aver letto "almeno" un libro nell'ultimo anno (in percentuali differenti, ovviamente). Ma non solo.
La grande concentrazione delle catene librarie sta minando la pluralità delle librerie indipendenti che stanno cedendo di fronte alla pressione degli sconti e dei grandi numeri. E i risultati si vedono. In Italia si vendono pochi libri rispetto alla produzione annua di oltre 50.000 titoli. Ogni giorno vengono pubblicati 140 nuovi titoli ma più di 120 di questi non vedranno mai una libreria e la maggior parte venderà poche decine di copie.Ebbene senza una legge sul libro l'Italia rischia di perdere la pluralità libraria e i lettori troveranno nelle librerie solo libri che "vendono". Dunque solo i libri di scrittori-televisivi, comici, calciatori, cantanti, giornalisti o di chi ha ricevuto visibilità mediatica. E il cono d'ombra sul mondo del libro si allarga.
Per questo il mio impegno personale da tempo è favorire lo sviluppo di un confronto tra le parti e l'attivazione di una commissione per giungere a studiare un'adeguata legge sul libro. Le difficoltà non mancano tra librai che inseguono il marketing delle grandi catene pensando di sopravvivere alla marea; o gli editori ormai naufraghi in un sistema che li sta lentamente emarginando; gli scrittori sempre più legati al "tutto subito" stregati dal successo televisivo; e infine i lettori sempre più stanchi e frastornati. Se poi mettiamo la diffidenza, la cattiveria, la gelosia e l'italiana scelta di "stare alla finestra" senza impegnarsi, ebbene il quadro appare nero come non mai.
Ma credo, e ne sono più che mai convinto, che il ruolo di un editore sia anche quello di lavorare per il futuro del libro e non solo per il presente.
Non è facile perchè non mancano le critiche, ma da qualche parte dobbiamo pur iniziare.
E lavorare per tutti: per i librai, per gli editori, per gli scrittori e per i lettori, sempre dimenticati e considerati consumatori alla pari di chi compra sapone per il bagno al supermercato.
Il mio impegno è chiaro e se ne vuoi sapere di più visita
www.associazione-culture.org

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A proposito di cecità ed editoria
di Andrea Giannasi

La cecità è fatto di per sé terribile, ma se a questa aggiungiamo il desiderio di non vedere, ebbene ci ritroviamo a gambe all’aria privati di un senso e di una risposta. Leggo sull’ultimo numero di Bookshop l’intervento di Maria Antonietta Schepisi e rilevo che ancora una volta si desidera osservare l’ultimo dei mali del sistema editoria in Italia privando gli addetti ai lavori delle vere questioni da dibattere.
Certo l’editoria a pagamento è gesto assai contorto (ma non siamo in una economia di mercato liberista?) ma desidero con questo far presente che oltre alle richieste di esborsi agli scrittori sotto gli occhi di tutti si offrono case editrici che editano testi universitari che poi puntualmente gli atenei acquistano in copiose quantità (se poi a scriverli sono docenti, qualche dubbio non dovrebbe sorgere?), oppure di pubblicazioni solo di scrittori “già noti al pubblico” (e quindi chiudiamo le porte in faccia a chi non ha mai pubblicato), oppure a realtà editoriali che stampano libri perché enti (Regioni, Province, Comuni) o Banche e altre istituzioni dei territori ne comprano a mani basse (ma chi ci sarà dietro nessuno se lo chiede?). E perché non parlare di quelle case editrici che ricevono ogni anno contributi (che sono destinati a tutta l’editoria, ma non per tutti gli editori) da parte di enti, Camere di Commercio, Consorzi, etc. etc.
Ebbene penso a Gide, a Moravia, a Proust, e alla via così fino a Camilleri che agli esordi pubblicava con Lalli di Poggibonsi (che era il più noto editore a pagamento d’Italia), senza il quale, molto probabilmente, oggi non avremmo mai conosciuto Montalbano e le sue storie.
Dunque una volta per tutte: l’editoria a pagamento è solo l’ultimo male del sistema italiano.
Perché non parlare della nuova legge sulla liberalizzazione del prezzo dei libri che manderà in rovina - leggasi con chiarezza “rovina” - decine di librerie indipendenti, e con queste alcuni distributori, ma soprattutto offrirà ai lettori solo alcuni titoli, di alcune case editrici, di pochi scrittori (molti stranieri e pochissimi italiani) e che ridurrà le schiere, già poco folte, di giornalisti dediti alle pagine culturali dei giornali?
E che dire della vendita dei libri nelle edicole?
E ancora perché mai dobbiamo fare finta di nulla quando accendiamo una radio o una televisione e ci rendiamo conto che si parla di libri - quasi sempre - scritti da giornalisti (per ricevere poi un giorno uno “scambio di recensioni”), da comici, cantanti, calciatori e amici degli amici, ma mai di uno scrittore bravo e sconosciuto?
Perché non parlare del male della promozione, dei vuoti di poteri, della mancanza in Italia di un programma politico dedicato allo “stimolo” (sia cultural-letterario, sia economico) della lettura?
Perché non parlare delle Fiere dei libri dove editori di grandi dimensioni ricevono spazi immensi (pagati con “sostanziosi” sconti), mentre i piccoli editori devono sudarsi spazi e presentazioni?
E proprio in tema Fiera del libro di Torino, non basta inserire nuovi contenitori (spazi comics e incubatori all’occorrenza) se poi il resto appare vuoto e scarno di idee e proposte.
Infine vorrei chiudere una volta per tutte l’equivoco sorto dalla lettura di Umberto Eco. E desidero citare un altro scrittore: Giulio Malerba che nella sua esamina sul mondo dell’editoria scriveva che sulle case editrici si è forgiato un grosso errore. E questo è sorto proprio dall’uso improprio del termine “casa”. Il focolare domestico, protettivo e comprensivo, che dovrebbe accogliere tutti gli scrittori come figli, senza osservare che l’editore (figura nata solo con la fine del 1800) è al tempo stesso “mercante” e “uomo di lettere”. Dunque una mano alla borsa e una alle parole, senza dimenticare che se proprio dobbiamo parlare di famiglia questa di fatto è solo quella dell’editore. E di nessun altro. Ma ancora si parla di scommessa da parte di un editore come se questi con gli scrittori dovesse giocare una sorta di terno al lotto.
E mi si risponda perché mai un piccolo editore dovrebbe scommettere su un giovane scrittore se non lo fanno i grandi editori? Perché non stabiliamo che siano i piccoli editori a pubblicare Totti e la Littizzetto, mentre ai grandi lasciamo i saggi e le ricerche letterarie della nuova avanguardia (che stenta molto ad emergere). Chi possiede tipografie con quattro o cinque linee di stampa, grandi distributori e catene di librerie non avrebbe strada più facile a pubblicare un emergente? Perché farlo fare a chi vive ogni giorni ai bordi della filiera dell’editoria?
E poi basta dare sempre la colpa a chi viene considerato editore a pagamento se l’editoria in Italia proprio non ne vuole sapere di decollare. Oggi con internet ognuno può decidere liberamente se pubblicare a pagamento o sbattere la testa contro chi si presenta in candide vesti con in tasca ben serrate le chiavi delle librerie, dei distributori, dei promotori e dei giornalisti che quei libri li devono recensire.
Cancellare l’editoria a pagamento - paradossalmente - porterà solo a privare l’Italia della libertà letteraria se prima non si decide che tutti gli editori solo uguali (nel dare e nel ricevere). Tutti uguali.
Ad malora.

Andrea Giannasi

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L'immediatezza dello scrittore di "successo"
di Andrea Giannasi

Il voler raggiungere il successo (televisivo, radiofonico e interattivo, non fa differenza. Purché sia) ad ogni costo sembra essere diventato il fine ultimo di ogni giovane, e meno giovane, che si accinge ad abbordare il mondo della scrittura. Pensare sempre in termini di grande visibilità e d'immediati ritorni di immagine ed economici è ordine comune.
Ma il mondo della cultura non è fatto di lustrini e fuochi d'artificio - questi caso mai appartengono a quello dello spettacolo di sistema - bensì di lungo lavoro silenzioso e spesso mal ripagato. E la storia ci ha lasciato in eredità mille casi di scrittori e uomini di cultura riconosciuti tali solo dopo molti anni dalla loro dipartita. Eppure, seppur muovendosi tra mille difficoltà, ostracismi e diffidenze, la storia ha riconosciuto i giusti meriti a tutti coloro che ne avevano buon diritto. E questi chissà da dove, forse, hanno trovato anche il tempo di compiacersi.
Nel contemporaneo maxischermo invece tutti corrono anelanti il successo, anche solo dopo aver vergato una semplice poesia. E se questi non è riconosciuto, si è pronti a lanciare strali e accuse a man bassa, protetti da anonimati e l'elettronica dei senza volto. Nascono e si ergono, così, don chisciotteschi scrittori di città, tanto grafomani quanto poco lettori, tanto ridondanti sicurezza, quanto poco inclini a ricevere critiche o comprendere che ogni cosa ha il suo tempo.
Il tempo, e non è un discorso da paternale, è solo quello che può essere giudice.
Siamo consapevoli che la cultura ha i suoi meccanismi e i propri moti con regole e ingranaggi, ma nulla al mondo può sostituire l'insostituibile e oscuro lavoro quotidiano. La lentezza del piacere della lettura, dell'assorbimento come una spugna e del rilascio, lento, di gocce di piacere letterario.
No, cari lettori, non è prosa o magia, è la legge della cultura. E' inutile che vi affannate scorticando tastiere senza comprendere questo segreto. Solo chi pazientemente costruisce, un giorno potrà godere di un risultato.
Non affannatevi dunque a tentare di salire su un carro che non vi appartiene.
Se avete scelto la via della scrittura dovrete attendere per anni il giudizio di un solitario lettore. Una sola parola che potrà essere sufficiente a placare la vostra sete di telecomando.


Direttore responsabile
Andrea Giannasi

Direttore editoriale
Fausto Tanzarella

Redazione
Giorgio Leaci - Fabrizio Gabrielli
Francesca Patti - Gianluca Pitari


Patrocinio del Comune di Siena
Promozione e sponsorizzazione di: Banca del Monte dei Paschi di Siena
MPS Asset Management SGR


Direzione Prospektiva
via Terme di Traiano 25
00053 Civitavecchia ROMA

Internet: www.prospektiva.it
email: redazione@prospektiva.it

Registrazioni: Tribunale di Siena 675 del 23 aprile 1999
Tribunale di Civitavecchia 4 del 8 maggio 2002
La rivista è edita dalla Prospettiva Editrice - Numero ISBN 88 - 7418
 

 


© Copyright Prospektiva Rivista letteraria
Direttore Responsabile Andrea Giannasi
Direttore editoriale Fausto Tanzarella
Registrazione Tribunale di Siena n. 675 del 23/04/99 Registrazione Tribunale di Civitavecchia n. 4 del 08/05/02

 

 

 

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